ABACO
A CURA DEL "GRUPPO ESPERIMENTI ARCHITETTONICI"
13 puntate

Casa “impopolare” e disagio abitativo

Una forma politica di welfare


Venerdì 20 Aprile 2012

L'edilizia popolare ha da sempre rappresentato una delle più rilevanti forme di politiche di welfare che ogni Stato ha disposizione. Lo Stato si accolla in tutto o in parte la costruzione di abitazioni destinate a persone appartenenti ai ceti sociali più deboli che, altrimenti, non sarebbero in grado di garantire un tetto a sé e alla propria famiglia. Questo ruolo fondamentale per la gestione degli equilibri tra disagio abitativo e condizioni socio-economiche svantaggiose, è andato via via nel tempo depauperandosi di quella sua funzione di salvagente sociale. Negli anni, infatti, si è assistito ad un graduale disinteresse delle istituzioni verso il problema della casa.

L'interesse dello Stato nei confronti della delicata questione dell'abitare è descrivibile come una parabola discendente, dal 1903 con l'istituzione degli IACP al 1998, con la soppressione definitiva delle trattenute Gescal: nel bilancio statale italiano non vi è più alcun intervento a favore dell'edilizia popolare, andando ad evidenziare come questa particolare forma di welfare sia stata dimenticata.

I motivi di questo meccanismo vanno ricercati essenzialmente nel miraggio della casa di proprietà e nella cieca convinzione di aver risolto definitivamente, a partire dagli anni '90, il problema della casa grazie all'aumento del potere di acquisto delle famiglie. Di conseguenza l'offerta di alloggi in affitto, calmierato e non, si è praticamente azzerata, facendo slittare l'Italia agli ultimi posti nella speciale classifica dello stock residenziale pubblico per paese, con il 4%. Se da una parte l'incremento delle case di proprietà ha assicurato un'importante dote economica per coloro i quali hanno investito sul mattone, dall'altra ha generato condizioni di estremo disagio per chi, invece, non ha voluto o non è riuscito ad acquistare la casa. A cascata si sono diffuse problematiche nello sviluppo economico e sociale delle città: il bisogno di casa si è trasformato presto in una vera e propria emergenza abitativa.

Ferma restando la mancanza di fondi, i criteri di assegnazione dell'edilizia sociale sono rimasti quelli degli anni '70, criteri che facevano riferimento a nuclei familiari, stili di vita e condizioni economiche totalmente differenti dallo stato attuale. Le famiglie in disagio economico e abitativo che quindi attualmente riempiono le liste d'attese dell'edilizia popolare hanno una composizione diametralmente differente rispetto alla famiglia tradizionale a cui siamo abituati a pensare; nuclei monogenitore, singles, emigrati, co-abitazioni sono le nuove utenze che necessitano di nuovi modi di abitare. La crisi economica, poi, ha acuito ancora di più la dimensione del disagio abitativo: cresce la domanda e comprende nuove categorie, i cosiddetti "nuovi poveri".

Lo Stato deve tornare l'attore principale dello sviluppo del settore residenziale, cercando di soddisfare il bisogno abitativo delle fasce più deboli, servendosi del sapere architettonico per incontrare la domanda di flessibilità. Senza un'azione definita e strutturata economicamente e nel tempo, è difficile, però, raggiungere questo obiettivo.

Nell'immagine, abitazioni "improvvisate" a Messina.

Gianni Perrucci - Gruppo Esperimenti Architettonici

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Sebastian Di Guardo il 7 gennaio alle 18.46
credo che in un paese in crisi economica con i mutui bloccati (nessuno ha i minimi 300.000€ per una buona casa, da sempre si accede al mutuo bancario) la casa popolare debba proprio tornare in auge risparmiando solo i migliori esempi di quanto fatto finora (tralasciando le orride palazzine degli affaristi), magari guardando fuori dall'Italia. se ci sono tante case abusive nel paese è proprio per assenza di offerta popolare, sono case popolari autocostruite e quindi prive di molta qualità potenziale (senza altri costi per giunta). ma non parlerei di housing sociale, che non ci è proprio e penso sia inattuabile in italia, ma di una nuova cultura della casa popolare.
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Gianni Pi il 27 aprile alle 20.10
Hai perfettamente ragione, Enzo. D'altronde l'unico campo in cui l'architettura oggi può sperimentare è proprio il pubblico: laddove vengono indetti concorsi di progettazione si capisce come ci sia ancora della qualità diffusa che ha bisogno soltanto di essere applicata a casi reali.
Il progettista viene stimolato a rispondere a criteri di efficienza energetica e comfort che difficilmente il privato chiede o è in grado di assecondare, sia per questioni economiche ma molto spesso per gap culturale.
La sperimentazione nel pubblico porterebbe inevitabilmente all'aumento della qualità del costruito anche nel settore privato.
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Enzo Rafaele il 27 aprile alle 17.20
Purtroppo, agli anni '70 è rimasta anche la concezione che istituzioni e cittadini hanno in merito alle abitazioni sociali, anzi alle "case popolari", per meglio evidenziarne l'accezione. La prima cosa da fare, sarebbe cercare di far cambiare questa considerazione. Bisognerebbe tornare ad intendere il social housing come momento di sperimentazione architettonica, volto alla concreta realizzazione di strutture residenziali, che attraverso le tecniche costruttive contemporanee e gli apporti pluridisciplinari, alla fine risultino appetibili e apprezzabili anche da coloro i quali non necessariamente saranno i diretti destinatari. Un po' quello che avviene al di fuori del Bel Paese, che tanto bello non appare più!
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