ABACO
A CURA DEL "GRUPPO ESPERIMENTI ARCHITETTONICI"
13 puntate

Architettura e (') neccessità di vivere

"Viaggio e mentre lo faccio mi accompagna l'architettura"


Lunedì 24 Settembre 2012

Viaggio e mentre lo faccio mi accompagna l'architettura.
Viaggio ma non per inseguire uno spazio costruito o un lavoro che non arriva. Viaggio per correre dietro alla certezza della mia vita, alla sicurezza di un affetto che spero non verrà mai meno o almeno non in questo momento.
Ma torniamo all'architettura... mi accompagna, dicevo. Sì, l'architettura è una condizione cui non puoi prescindere una volta che ti è entrata dentro. Non è come la medicina o la chimica. Se spegni l'attenzione, queste scienze si sopiscono, tacciono, forse, ma l'architettura questa cosa non riesce o non vuole farla. Resta là in attesa di una parola, un profumo, una luce… è molto vicina alla letteratura, alla musica, a quelle che vengono definite arti.

Oggi avevo con me un libro, ne cercavo un altro e poi ho capito perchè fossero importanti entrambi, oggi... ed ancora l'architettura è la chiave di volta della storia: il primo libro mi raccontava di architetture o di architettura (Davide Vargas, Racconti di architettura, Tullio Pironti editore, Napoli 2012); il secondo di un architetto e della sua ricerca di un amore (di un essere umano o di un sentimento, non so ancora...) che non trova e che continua a cercare in una società vessata da una crisi più di intenti che di realtà economiche e spread (Francesco Marocco, Mai innamorarsi ad agosto, Fandango, 2012).

Strano... strano come sia semplice ed allo stesso tempo complesso parlare di architettura –e questi due testi formalmente differenti ce lo dimostrano–; lo fanno i teorici, i puristi, lo fanno le persone "normali", i bambini quando costruiscono i loro esperimenti con i lego o con i sassi e la sabbia su una spiaggia assolata, lo fa il mio compagno, ingegnere elettronico, che mi ricorda ogni volta quanto siano sciocchi i tentativi degli architetti di giustificare alcune scelte stilistiche o di posizione di fronte alle esigenze della gente che "vive", che "abita" gli spazi. Ed allora ecco che mi si svela il segreto, che poi così nascosto non è, dell'Architettura (che qui cito con la dignità di un essere vivente: la maiuscola ad inizio parola): la Vita... Un'entità infinitamente più grande e complessa... L'architettura è a servizio della vita. Certo, non sto scoprendo alcunché di nuovo ma sto svelando il senso "accantonato" di ciò che essa è prima di ogni cosa.
Prima di diventare funzionale all'economia, prima di essere a servizio di mecenati ed "illuminati" che attraverso di essa riescono a garantirsi un nome per un tempo quasi eterno, prima di diventare strumento di moda e brand per pseudo architetti che attraverso un suo "scimmiottamento" creano oggettoni scultorei dalle forme sinuose o dagli spacchi provocanti e mozzafiato. Prima che il suo potere affascinante, come una maga d'altri tempi e d'altri luoghi, determini mode e modelli abitativi omologanti.
E allora ritorno all'essenza dell'architettura. Le Corbusier la ricercava nella capanna... (il Cabanon è la sua casa per villeggiatura che realizza a Cap Martin nel 1952, 15 anni prima della sua scomparsa) chiaro riferimento al fatto che essa esiste perchè deve garantire una protezione alle attività dell'essere umano.
Ma che cosa significa "vivere"? Certamente, da un lato ci sono tutti quegli spazi, abbondantemente normati e riportati in innumerevoli manuali che i nostri maestri, all'università o più probabilmente, presso gli studi professionali e tecnici dove abbiamo avuto modo di muovere i primi passi, ci hanno costretti a padroneggiare così tanto da ricordarli a memoria, spazi, si diceva, che garantiscono una buona qualità della vita ma poi?
Poi ci sono le emozioni, i sentimenti, la gioia nascosta in una giornata assolata e la sofferenza di una speranza interrotta, il pianto di felicità per un'emozione inaspettata o quello di angoscia per una realtà dura e dolorosa. Questo vuol dire vivere... Questo significa guardare oltre e, allora, se penso alla mia casa perfetta dal punto di vista funzionale come ad un'automobile perfetta d'ultima generazione, mi accorgo che ci sto stretta eppure gli spazi sono superiori a quelli minimi imparati sui manuali. Che succede, allora?
Io una risposta sto cercando di darmela in questo viaggio...
Anche qui si tratta di riprendere in mano quel segreto non tanto segreto. Capisco, come in un guizzo di genialità, perchè un giorno, parlando di architettura, come trascinata da un pensiero non mio ma molto sentito, dissi che architettura vuol dire anche posizionare su una parete assolutamente, metafisicamente, bianca, un quadrato nero o rosso o oro o argento. Lo capisco ora. Sostenevo che questo permettesse, allo stesso tempo, di dilatare o di contrarre lo spazio. Eh sì, perchè lo spazio, al di là di quelle misure da manuale, lo spazio, dicevo, è cosa della mente, della grandezza della mente e della Vita, dunque… E l'architettura è la "cosa" che contribuisce a regolare la nostra percezione dello spazio.
Vi siete mai chiesti perchè in alcuni ambienti adeguatamente progettati vi sembra di avere a disposizione più spazio di quello che effettivamente c'è? O perchè, invece, in altri casi, quest'ultimo sembra soffocarvi? Perchè una parete di onice di 4 metri quadrati sembri infinitamente più grande di una parete bianca di 20 metri quadrati? O perchè la stessa, bianca, parete si dilati se le regaliamo una finestra fino a diventare infinita se questo affaccio è sul mare o su un paesaggio che rimanda ad infiniti altri mondi? È magia... la magia dell'architettura. Quella che oggi, purtroppo, cari ragazzi, la realtà ci sta facendo dimenticare.
L'architetto è diventato un tecnico/burocrate, un esperto di spazi da gestire con un repertorio di norme, di burocrazie, di tecnologie (possibilmente "verdi") ma non possiamo dimenticare che l'architetto porta in sé una scintilla di eterno. Non perchè sia un dio o perchè, soprattutto in questa vita così veloce, possa desiderare per la sua opera una vita lunga, quanto perchè egli dialoga con elementi che sono infinitamente grandi e forse destinati all'eternità (almeno se confrontati con la durata della nostra vita); Sichenze, nel suo ultimo lavoro Architettura VS Nichilismo, Mimesis, Milano-Udine 2011, le definisce "le Grandi Entità" (la Città, il Paesaggio, la Vita, la Natura, l'Umanità, la Mente Umana, il Mondo); io non provo ad inseguirne una definizione –non ne sono capace–, so che sono entità che esistono anche se non ne possiamo toccare i confini e che esistono a prescindere da noi (non come l'architettura che senza l'uomo non avrebbe ragione d'essere), sono immateriali ma allo stesso tempo sono loro che ci permettono di dire se lo spazio che abitiamo è di qualità o meno.
Non posso aggiungere altro: sto per varcare il confine e per entrare in una terra che non conosco, la terra dell'infinito, sul cui limite io colloco il margine di separazione tra la tecnica e l'architettura...

Testo di: Maria Italia Insetti

Didascalia immagine:
Padiglione di Barcellona
Architetto: Ludwig Mies van der Rohe
Elaborazione grafica: Maria Italia Insetti

test il 29 settembre alle 15.18
test test test test test test test test test
MariaItalia Insetti il 24 settembre alle 22.37
Grazie per l'apprezzamento.. Il senso vero dello scritto è provocatorio ed in realtà gira intorno alla domanda nascosta, velata ma discretamente presente che è stata formulata nel commento di Belva... è vero: quanti di noi sono ancora "Architetti"?
Belva il 24 settembre alle 13.42
Molto affascinante l'idea che ne traspare. La domanda vera però è: quanti degli architetti sono diventati tecnici/burocrati insensibili...e quanti ancora ricercano, nella loro attività, lo scintillio descritto nel testo? come in altri settori, dalla medicina al diritto, dalle arti alla scienza, il vero trasporto si è ormai perso...
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